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Intervista a Giovanni Di Franco, sociologo studioso del comportamento elettorale (Ultima Parte)

Il Dott. Di Franco analizza il ruolo del centro nella politica italiana...

"A Suo parere in questi anni quanto sono cambiate le preferenze degli elettori, e soprattutto le motivazione nell'espressione del voto?"

Intanto sono aumentate le motivazioni alla non espressione del voto. Questo mi sembra il dato più eclatante che si è manifestato nelle ultime tornate elettorali. A proposito del voto di chi vota, mi sembra di poter dire che non abbiamo assistito ad un radicale cambiamento dei rapporti di forza. L'unica novità piuttosto banale mi sembra essere la dispersione o la frantumazione dei voti che prima erano concentrati nella Dc.

"In Italia quindi è presente una forte tradizione di centro o moderata?"

Non credo. La Dc non rappresentava tanto il centro del sistema politico ma era centrale per la costituzione di governi. In questo senso si è spesso confuso il ruolo del partito dei cattolici. In effetti, se si pensa al potere delle correnti democristiane e ai rapporti di forza tra queste, la Dc poteva essere considerata come una coalizione di partiti piuttosto che come un blocco monolitico. Il collante che teneva assieme le diverse anime democristiane era la gestione del potere; in vista di questa si raggiungevano una serie di compromessi prima interni alla Dc e poi fra la Dc e i sui alleati politici.

"E per questo che gli eredi della Dc si alternano tra i due Poli?"

È proprio così. Basti ricordare il ruolo dei franchi tiratori che sfiduciavano nel segreto del voto i governi di cui erano parte. Si è sempre registrato nelle aule parlamentari italiane fenomeni di trasformismo e di "inciucio" politico. Questi fenomeni hanno sempre distinto la vita politica nazionale rispetto alla maggioranza delle altre democrazie occidentali.

"Essendo tipico della cultura politica italiana, il trasformismo ha anche una funzione positiva ?"

Come ho sentito dire a Indro Montanelli, l'italiano è il miglior nemico del suo amico e il migliore amico del suo nemico. In questa frase credo ci sia l'essenza della cultura italiana. Dell'Italia dei cento campanili, e degli italiani che non raggiungono un'unità neanche all'interno delle riunioni condominiali. In generale, non troverei nulla di scandaloso nel registrare un cambiamento di linea politica da parte di un qualsiasi attore politico. Ciò è nei suoi diritti, fintanto che non venga istituito un obbligo di mandato. Quello che risulta insopportabile nell'attività di tanti esponenti politici italiani è il perenne movimento finalizzato alla ricerca del potere. Se la memoria non mi inganna, non è quasi mai accaduto che un eletto abbia rassegnato le proprie dimissioni in seguito ad un cambiamento di linea politica rispetto allo schieramento o al partito di appartenenza. Il costume prevalente è quello di cambiare gruppo parlamentare.

"In questo momento sembra esserci una certa contraddittorietà nel sistema politico italiano, che da una parte sembra tendere verso il bipolarismo e dall'altra reitera il progetto di costruzione di un centro autonomo. Qual è la Sua opinione?"

Non c'è una reale contraddizione in quanto la spinta al bipolarismo è associata alla natura del sistema elettorale vigente. Come detto, un conto è il sistema elettorale e le strategie politiche connesse alla massimizzazione dei profitti elettorali (in termini di eletti), tutt'altra cosa sono le regole del sistema politico e le esigenze di autonomia espresse dagli attori politici. In altri termini, far parte di una coalizione è una necessità e non una scelta deliberata e soprattutto fondata sulla condivisione di un progetto comune. Non riusciamo a trovare altri motivi se non quelli esclusivamente elettorali per spiegare l'eterogenea composizione dell'Ulivo e della casa delle Libertà. Inoltre, il tentativo suicida di D'Antoni e Andreotti di presentarsi alle prossime elezioni come terzo polo elettorale è una sconfitta annunciata. Politicamente è l'espressione della già ribadita inadeguatezza di questa legge elettorale per il nostro paese.

"Entrambi i poli, nel tentativo di rappresentare il centro, rischiano di perdere la propria identità politica come destra o come sinistra?"

Questo è la normale dinamica politica che, come illustrato su qualsiasi manuale di scienza della politica, è idonea a un sistema maggioritario applicato ad un paese effettivamente bipartitico. In questo caso è logico che si converga da sinistra e da destra verso il centro in quanto è lì che si vincono le elezioni. Il problema italiano è che l'Ulivo e il Polo non sono coalizioni omogenee, ma addirittura sono fra loro trasversali. In altri termini, è difficile definire politicamente i due poli in relazione alle tradizionali dimensioni che descrivono i sistemi politici (sinistra/destra, progressisti/conservatori, etc.). Recentemente Berlusconi è arrivato a dichiarare di essere sia di destra sia di sinistra, un modo alternativo per dire di essere al tempo stesso un imprenditore e un operaio. Analogamente nell'Ulivo, come già lamentava Moretti nel suo film "Aprile", sono sempre più rari i contenuti di "sinistra".

"Paradossalmente ci può essere il rischio che, continuando di questo passo, arriveremo al punto i due poli non rappresenteranno più nessuno, vista la loro forte eterogeneità interna?"

Solo in parte. Bisogna tener presente che oggi l'elettore considera di più il candidato e le sue promesse piuttosto che la matrice politica dello stesso. Anzi la moda recente è quella di proporre agli elettori candidati estranei alle liste partitiche. Berlusconi stesso da anni si vanta della sua natura extra-politica. Il rischio che vedo profilarsi sulla scia dell'attuale situazione è quello di uno scimmiottamento "all'italiana" della competizione elettorale statunitense.

"Ma nello spazio politico italiano ha senso parlare di un centro che si differenzi sia dalla destra sia dalla sinistra?"

Non è solo il centro che ha bisogno di una visibilità e di una collocazione, ma sono tutte le diverse tradizioni culturali che non si riconoscono nell'attuale bipolarismo.

"Quindi cosa dobbiamo aspettarci dalle prossime elezioni politiche?"

Sui risultati elettorali non mi pronuncio perché non sono un indovino. Per il resto, cioè quello che veramente sarebbe importante per uscire da questa interminabile transizione, sono pessimista. Temo proprio che anche a seguito delle prossime elezioni continueremo ad assistere alle desolanti rappresentazioni offerte in questi ultimi anni. Tante buone intenzioni e ancora risultati approssimativi e parziali. D'altronde, come qualcuno affermava, ogni paese ha la classe dirigente che si merita.

"Ciò significa che noi italiani ci "meritiamo" questa classe politica?"

Fino a propria contraria, è l'elettorato che decide chi debba rappresentarli in Parlamento.

"Però l'elettorato non sceglie il candidato, anzi spesso dichiara di votare per il meno peggio"

È vero solo in parte. Nel nostro sistema è possibile organizzarsi e proporsi; vedi ad esempio il movimento di Bossi o il successo attribuito alle nuove formazioni in occasione delle prime tornate elettorali a cui partecipano. È chiaro che l'elettore medio non è disposto all'impegno diretto, ma se avesse una maggiore e soprattutto concreta possibilità di scelta probabilmente si orienterebbe in modo diverso.

"Questo significa che c'è spazio per nuove forze politiche?"

C'è spazio innanzitutto e direi anche c'è forte bisogno di nuove idee politiche, di qualcuno che sappia raccogliere direttamente le istanze dalla società civile e che sappia rielaborarle all'interno di un progetto politico. La funzione alta della politica va al di là degli stessi obblighi di governabilità e di amministrazione delle emergenze. Essa è uno strumento di anticipazione e di realizzazione di scelte ritenute utili all'interesse collettivo. In altre parole la politica dovrebbe essere un modo per realizzare un qualcosa di cui si sente il bisogno ma che ancora non è dato. I discorsi dei politici sono tutti appiattiti sulle stesse parole d'ordine (la sicurezza, il lavoro, ridurre le tasse, etc.) indipendente dallo schieramento di appartenenza. Ma la prospettiva è quasi sempre ottusa, ogni problema è trattato separatamente dagli altri e non si intravede il progetto complessivo.



3/11/2001
 
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