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Quando il proporzionale era il "nuovo"

La mancanza di tempo è stato il principale argomento che il Centro-destra ha opposto alla riforma della legge elettorale: non si possono cambiare le regole del gioco a partita (campagna elettorale) iniziata; il tempo è scaduto...

La mancanza di tempo è stato il principale argomento che il Centro-destra ha opposto alla riforma della legge elettorale: non si possono cambiare le regole del gioco a partita (campagna elettorale) iniziata; il tempo è scaduto... Se si guarda la storia parlamentare italiana, però, si trova un importante precedente che smentisce questa tesi.

Come ampiamente previsto, anche l'estremo tentativo di modificare la legge elettorale ha avuto la medesima sorte degli innumerevoli che lo hanno preceduto in questa legislatura. Preso atto dell'impossibilità di andare avanti, la maggioranza ha gettato la spugna, rinunciando a proseguire da sola e scaricando sul Centro-destra ogni responsabilità per l'ennesimo fallimento. L'opposizione di Polo e Lega è stata certamente decisiva, ma è anche vero che la proposta finale del Centro-sinistra non è apparsa così forte e convincente da consentire alla maggioranza di farne la "bandiera" intorno alla quale serrare i ranghi e assumersi la responsabilità di approvare da sola, e a poche settimane dalle elezioni, il nuovo sistema di voto.

Proprio la mancanza di tempo è stato il principale argomento che il Centro-destra ha opposto alla riforma della legge elettorale: non si possono cambiare le regole del gioco a partita (campagna elettorale) iniziata; il tempo è scaduto..., hanno sostenuto gli esponenti della Casa delle libertà. Se si guarda la storia parlamentare italiana, però, si trova un importante precedente che smentisce questa tesi. Addirittura, nonostante il duro intervento in Aula, nel luglio del 1919, in cui Sidney Sonnino sostenne che il Parlamento, già scaduto, non disponeva dei poteri per modificare la legge elettorale che avrebbe regolamentato le elezioni previste entro pochi mesi, nel giro di qualche ora i fatti diedero torto al grande avversario di Giolitti. Era la seduta solenne in cui la Camera, ormai in regime di prorogatio da oltre un anno, si apprestava a votare la riforma della legge elettorale, per fare dell'Italia un Paese moderno.

La riforma introduceva per la prima volta nella storia nazionale il sistema proporzionale, contro il quale lottavano gruppi di liberali conservatori e che invece piaceva a gran parte dei giovani liberali cresciuti negli anni della prima guerra mondiale (Luigi Einaudi tra loro), oltre ai cattolici e ai socialisti. E anche ai maggiori organi di informazione dell'epoca, ad iniziare dal Corriere della Sera di Luigi Albertini.

Il processo di revisione della legge elettorale era iniziato qualche mese prima, quando il Parlamento eletto nel 1913, prima dello scoppio della guerra, e ancora controllatro dai liberali grazie al patto Gentiloni, aveva avviato le procedure con un ordine del giorno approvato il 28 febbario. In quei mesi un deputato fedele a Giolitti, Toscanelli, metteva a fuoco il problema di un maggioritario che non funziona più in una lettera dai tonipreoccupati inviata al suo leader, che ancora non era rientrato dal ritiro dalla villa di Cavour: «In Toscana, ad esempio, su 36 seggi abbiamo già 11 pescecani, cioè industriali arricchitisi con le speculazioni della guerra. Questi signori pescecani, inoltre, non hanno tatto: hanno comprato giornali e fatta una lega elettorale industriale». Prima delle elezioni, allora, era necessario assolutamente fare qualcosa. Magari senza arrivare al proporzionale, che piaceva a quegli oggetti sconosciuti che erano all'epoca cattolici e socialisti, ma per contenere gli eccessi del maggioritario, colpevole di aprire la strada a clientela, corruzione, autoritarismo,instabilità.

Proprio il sistema proporzionale era invece indispensabile, secondo una serie di altri liberali che trovano la loro voce sulle colonne del Corriere della Sera. Il quotidiano di via Solferino era infatti il più accanito sostenitore della nuova legge, e scriveva parole di fuoco contro quanti si opponevano al progetto. «Si preparano nei corridoi di Montecitorio non chiare manovre», metteva in guardia. «Non sono ignoti a nessuno i nemicidella legge elettorale. Questi, che hanno nei loro collegi una posizione personale creata e rafforzata con l'appoggio governativo, non possono vedere di buon occhio lo sconvolgimento che sarebbe prodotto dalla riforma nelle loro clientele, il che costituisce il maggior merito di essa». A detta del Corriere della Sera, insomma, il proporzionale era l'unica via per mettere rimedio alla corruzione politica creata dal maggioritario. Comunque, i «vecchi libe rali» non erano i soli a non apprezzare la nuova legge. Repubblicani e fasci di combattimento, ad esempio, chiedevano con forza che le ormai improcrastinabili riforme venissero affidate a un'Assemblea costituente, qualificata dai secondi anche con l'appellativo irrinunciabile «interventista».

Per arrivare al varo della legge il Parlamento giunge sul punto della crisi istituzionale, mettendosi contro il Governo. Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio fino al 23 giugno di quell'anno, tentò per primo di bloccare l'iter sollevando il problema di un Parlamento di fatto delegittimato per tutto quello che non fosse ordinaria amministrazione a causa del regime di prorogatio. Gli rispose una risoluzione approvata a larghissima maggioranza in cui si creava una commissione ad hoc per mettere nero su bianco il testo della legge.

Quando il lavoro di stesura venne concluso, sulla base di un «ragionevole compromesso» (proporzionale più Panachage), il testo andò in Aula per resistere all'ultimo assalto, appunto quello di Sonnino. In un Palazzo insolitamente affollato per essere la fine di luglio, l'anziano ex capo del Governo pronunciò una lunga requisitoria contro la riforma. Rispolverò l'argomentazione della prorogatio. Sollevò il problema di 50 deputati non rimpiazzati a causa della guerra e disse: «Le supplettive non sono state celebrate, e non si può in queste condizioni, in un momento di tempesta per il Paese, radere al suolo gli equilibri politici della Camera con una nuova legge». Si attaccò persino all'assenza di quelli che avrebbero dovuto essere i parlamentari delle regioni tornate all'Italia in virtù della Vittoria Mutilata. Questi mai avrebbero potuto essere eletti, se prima non si fosse andati alle urne, ma a lui non sembrava importante: «Mancano una trentina di deputati delle terre redente, che devono decidere insieme alla Camera attuale». Fu tutto inutile, anche perchè non esisteva alcuna norma, men che meno nello Statuto Albertino, che stabilisse un maggiore o minore grado di autorevolezza e pienezza dei poteri del Parlamento a secondo del periodo della legislatura. La legge venne approvata con 231 voti a favore ed 83 contrari. Notò compiaciuto l'inviato del Corriere della Sera presente alla seduta: «La Camera ha seguito con attenzione il discorso di Sonnino, ma con manifesta ostilità.

L'intervento si è chiuso fra il più glaciale silenzio dei deputati di tutti i settori». Erano in prorogatio, ma il loro voto contava ancora parecchio.



2/15/2001
 
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