Storia dei partiti italiani: Il Partito Comunista Italiano
Ispirato agli ideali della rivoluzione russa, il PCI nacque il 21 gennaio 1921 a Livorno, in seguito alla scissione dell'ala massimalista del Partito Socialista di Filippo Turati, capeggiata dall'ingegnere napoletano Amadeo Bordiga.
PARTITO COMUNISTA ITALIANO
1-La struttura del partito.
Il PCI è divenuto nel dopoguerra il maggior partito della sinistra italiana; tuttavia non è mai riuscito ad entrare stabilmente nella maggioranza di governo, se non appoggiandolo esternamente, a causa dei forti pregiudizi ideologici delle altre formazioni politiche legati agli stretti rapporti mantenuti per decenni con il PCUS.
Gli organi del PCI erano: Segretario Generale; Segreteria; Direzione; Comitato Centrale. Il partito si articola in federazioni, dirette da Comitati Federali, eletti dai congressi di federazione. Al di sotto delle federazioni si collocavano le organizzazioni di base: sezioni e cellule. Organo ufficiale del PCI era il quotidiano «L'Unità» (che ora è il giornale del PDS).
2-Storia ed evoluzione del PCI.
a-Palmiro Togliatti.
Ispirato agli ideali della rivoluzione russa, il PCI nacque il 21 gennaio 1921 a Livorno, in seguito alla scissione dell'ala massimalista del Partito Socialista di Filippo Turati, capeggiata dall'ingegnere napoletano Amadeo Bordiga. Collegato alla III Internazionale, il PCI entrò nella clandestinità a seguito delle leggi repressive emanate dal regime fascista nel 1926. Dopo l'arresto dei suoi maggiori dirigenti (Antonio Gramsci, Umberto Terracini), continuò la lotta antifascista sotto la guida di Palmiro Togliatti. Tornato questi dall'esilio, venne precisandosi un nuovo indirizzo di lotta «unitaria» e «nazionale», culminato nella partecipazione al governo Badoglio. La classe operaia veniva invitata a raccogliersi sotto la bandiera nazionale e, dopo la Liberazione, veniva delineata da Togliatti una strategia politica volta ad affermare una «democrazia progressiva», con lo scopo di costituire un regime pluripartitico, garante delle libertà fondamentali. In questa prospettiva il partito, che da cinque-seimila iscritti nel 1943 era passato nel 1946 a quasi due milioni, partecipò ai governi di coalizione del dopoguerra, insieme agli altri partiti del CLN, fino al maggio del 1947.
Negli anni seguenti, nel clima della guerra fredda, il partito non modificò la propria impostazione programmatica, approvata dal quinto congresso (gennaio 1946), nel quale era stata delineata la «via italiana al socialismo». Il PCI continuò a sviluppare la propria lotta sul terreno della democrazia, in nome della difesa e dell'attuazione della Costituzione repubblicana.
Nel 1953 otteneva il 22,6% dei voti, segnalandosi come vero e proprio portavoce della realtà operaia e contadina. Rotti i rapporti con il PSI, che si avviava verso posizioni lontane da ogni velleità rivoluzionaria, il PCI rimaneva isolato a sinistra rispetto al panorama politico nazionale.
Nel 1963, in pieno boom economico, saliva inaspettatamente al 25,3%, forte del vantaggio di presentarsi come unica vera opposizione allo strapotere democristiano.
Anche dopo la morte di Togliatti (Yalta, agosto 1964) e l'assegnazione della segreteria a Luigi Longo, affiancato da Enrico Berlinguer, la linea del partito rimase sostanzialmente immutata, basandosi sulla strategia delle riforme e sulla formula della «democrazia progressiva». L'opposizione dell'ala sinistra a questo indirizzo andò intensificandosi nel corso del 1968; l'anno seguente un gruppo di deputati comunisti fondava il quotidiano «Il Manifesto», il quale, dopo l'espulsione dei suoi sostenitori dal PCI, si propose come centro di convergenza per la sinistra rivoluzionaria, presentando, con scarsa fortuna, una propria lista nelle elezioni politiche del 1972.
b-Enrico Berlinguer.
Sospinto dalla ventata di novità portata dalle lotte studentesche e dall'autunno caldo (1968-69), il PCI otteneva notevoli successi grazie anche alla oculata direzione di Enrico Berlinguer (34,4% nelle elezioni del 1975 e 1976). La massa di voti raccolta dal partito imponeva all'opinione pubblica italiana una «questione comunista» e la ventilata necessità di cooptare il maggior partito di opposizione da parte delle forze di governo per superare la crisi del Paese. Nasceva così, nel 1976, il terzo governo Andreotti, che si reggeva sull'astensione concordata dei comunisti, i quali, nel marzo del 1978, entravano nella maggioranza, attribuendo la loro fiducia al quarto governo Andreotti. Erano questi gli anni in cui veniva attuandosi la dottrina del «compromesso storico», teorizzato da Berlinguer, che prevedeva sul piano interno una politica di collaborazione con la DC e sul piano internazionale una maggiore autonomia nei confronti dell'URSS. Tale indirizzo incontrava, in un primo tempo, anche l'adesione dei partiti comunisti francese e spagnolo, che si unirono al PCI nel tentativo di elaborare un comunismo più legato alle tradizioni occidentali («eurocomunismo»).
Il rifiuto della DC di accettare il PCI nel governo, in vista anche delle imminenti elezioni politiche, induceva i comunisti ad abbandonare, nel gennaio del 1979, la maggioranza. Le elezioni dello stesso anno portarono il PCI ad un brusco calo (30,4%).
Nel 1980 Berlinguer lanciava la proposta di un governo di alternativa democratica, che ponesse fine all'egemonia democristiana e si basasse sull'unità delle sinistre, con la partecipazione dei partiti laici. Il congresso di Milano del 1983 ribadiva tale alternativa democratica.
c-Achille Occhetto.
La nuova strategia politica si rivelava appagante nelle elezioni europee del 1984, tenutesi poco dopo la scomparsa di Berlinguer, consentendo al PCI di realizzare un provvisorio «sorpasso» sulla DC, seppure di stretta misura.
Il nuovo segretario, Alessandro Natta, seguiva l'impostazione del suo predecessore, ma nelle elezioni politiche del 1987 il partito subiva una grave sconfitta, scendendo al 26,6%. Nel maggio 1988 Natta, per motivi di salute, era costretto a lasciare la carica di segretario del PCI al successore designato Achille Occhetto.
Con Occhetto iniziava una nuova fase nella vita del partito, determinata peraltro dagli straordinari avvenimenti che stavano scuotendo i Paesi dell'Est europeo. Il nuovo segretario, sollecitato tra l'altro dai deludenti risultati elettorali, annunciava nel 1989 l'intenzione di promuovere il cambiamento del nome del partito, prendendo atto del definitivo distacco da un modello sovietico ormai in disarmo.
3-Dal PCI al PDS.
Al termine di un lungo e acceso dibattito che coinvolgeva anche emotivamente tutti i militanti della base, il comitato centrale approvava nel 1991 la proposta della segreteria di mutare il nome "Partito Comunista Italiano" in "Partito Democratico della Sinistra"; nuovo simbolo, una quercia con alle radici il vecchio simbolo comunista. In disaccordo con il profondo rinnovamento in senso riformista promosso da Achille Occhetto, la componente fedele all'idea comunista e contraria al cambiamento del nome rivendicava il diritto a costituirsi in partito con stesso lo nome e simbolo del vecchio PCI. Tuttavia, dopo una delicata vicenda giudiziaria, la minoranza guidata da Garavini e Cossutta doveva rinunciare a tener vivo un partito comunista e fondava un nuovo partito, Rifondazione Comunista, nel quale confluiva anche l'organico di Democrazia Proletaria. Alle elezioni dell'aprile 1992 il PDS otteneva il 16,1%, mentre Rifondazione Comunista si attestava sul 5,6%.
10/31/2001