Storia dei partiti italiani: il Partito Repubblicano Italiano
Tale partito è forte di una grande tradizione, che risale alle figure prestigiose di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, anche se, come vera e propria associazione politica, si costituì ufficialmente il 21 aprile 1895.
PARTITO REPUBBLICANO ITALIANO
Introduzione
Tale partito è forte di una grande tradizione, che risale alle figure prestigiose di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, anche se, come vera e propria associazione politica, si costituì ufficialmente il 21 aprile 1895.
Rafforzato grazie all'ingresso dell'ala destra del disciolto Partito d'Azione, capeggiata da Ugo la Malfa, aderì al primo governo di centro, costituitosi sotto la presidenza di Alcide De Gasperi.
All'indomani delle elezioni del 1948, sotto la leadership di Randolfo Pacciardi, il PRI si spostò a destra. Questa politica costò al partito vari insuccessi elettorali, fino al 1963, quando ottenne appena l'1,4% dei voti.
La struttura del PRI è caratterizzata da tre organi centrali, la Segreteria, l'Esecutivo e la Direzione Nazionale i quali vengono eletti dal Congresso Nazionale.
1-Origine ed evoluzione del partito.
Delle tre correnti politico-culturali che hanno caratterizzato l'evoluzione dell'Europa e del mondo occidentale nel XIX e nel XX secolo: il pensiero liberale, quello democratico e quello socialista, il Partito repubblicano durante tutta la sua storia si è sempre sforzato di rappresentare l'espressione della democrazia nel suo significato più pieno.
Gli uomini della democrazia repubblicana guardarono alla soluzione del problema nazionale come alla condizione essenziale perché il Paese potesse liberarsi da uno stato di torpore e di indifferenza che stava spegnendo le sue energie, lo allontanava dall'Europa e dai fermenti di progresso diffusi in tutto il continente, ed in particolare in Francia e in Inghilterra.
La concezione unitaria di Giuseppe Mazzini si scontrò spesso con il federalismo di Carlo Cattaneo, mentre Carlo Pisacane indicò soluzioni originali che si richiamavano più di quanto non fosse nel pensiero di Mazzini e Cattaneo ai princìpi della democrazia diretta. Ciò nonostante, l'unità del movimento si ricomponeva non soltanto sul terreno dell'azione, ma soprattutto al più alto livello ideale del rifiuto dello storicismo intransigente che doveva caratterizzare tutto - o quasi tutto - il pensiero sociale dei XIX secolo, non escluso quello marxiano.
" La Repubblica - afferma Mazzini rivolgendosi all'Assemblea Costituente della Repubblica romana del 1849 - è conciliatrice ed energica. Il Governo della Repubblica è forte. Quindi non teme: ha missione di perseverare intatti i diritti e il libero compimento dei doveri d'ognuno. Il suo Governo deve avere la calma generosa e serena, non gli abusi della vittoria. Inesorabile quanto al principio, tollerante e imparziale cogli individui: aborrente dal transigere e dal diffidare: né codardo né provocatore; tale deve essere un governo per essere degno dell'istituzione repubblicana. Economie negli impieghi; moralità nella scelta degli impiegati. Ordine e severità di unificazione e di censura nella sfera finanziaria, guerra ad ogni prodigalità, attribuzione d'ogni denaro del paese all'utile dei paese; esigenza inviolabile d'ogni sacrificio, ovunque le necessità del paese lo impongano. Non guerra di classe, non ostilità alle ricchezze acquistate, non violazioni improvvise o ingiuste di proprietà; ma tendenza continua al miglioramento materiale dei meno favoriti dalla fortuna, e volontà ferma di ristabilire il credito dello Stato e freno a qualunque egoismo colpevole di monopolio, d'artificio o di resistenza passiva dissolvente o procacciante alterarlo. Poche e caute leggi. Ma vigilanza decisa nell'esecuzione ".
Con il compimento dell'unità, il movimento della democrazia repubblicana venne a trovarsi in una condizione di grave difficoltà, solo in parte determinata dalla conclusione del moto risorgimentale, che aveva visto il prevalere delle correnti liberalconservatrici raccolte attorno alla monarchia sabauda. Oltre che da questi motivi, la crisi che colpì il movimento repubblicano all'indomani di Porta Pia traeva origine in misura consistente dai meccanismi elettorali imposti dal regime monarchico, i quali limitavano l'esercizio del diritto di voto a poche centinaia di migliaia di privilegiati. In queste condizioni una forza popolare, come quella rappresentata dai repubblicani, non poteva praticare altra strada, se non quella dell'astensionismo elettorale.
Il movimento repubblicano seppe trovare un punto di equilibrio tra le aspirazioni rivoluzionarie verso le quali tentava di sospingerlo la monarchia, e l'inserimento nel regime, che lo avrebbe inevitabilmente portato a svolgere una funzione subalterna rispetto agli interessi dominanti proprio perché nel Paese mancavano forze capaci di sostenere adeguatamente il suo tentativo.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, il Pri, avvertendo che il Paese si stava avviando verso un periodo di rivolgimenti politici e sociali che avrebbe comportato difficoltà forse ancora più gravi di quelle sopportate durante il lungo e sanguinoso conflitto, tentò di riannodare il dialogo con le altre forze della sinistra, nella consapevolezza che le dure polemiche divampate durante tutta la guerra non avessero ormai più alcuna ragione di prolungarsi.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, i repubblicani sentirono che la lotta per la riconquista della libertà non poteva essere subordinata a interessi di parte. Sicché, proprio mentre altri partiti si chiudevano nel settarismo più cieco che screditava tutto l'antifascismo e rafforzava il regime, il Pri invitava i suoi iscritti rimasti in Italia ad aderire al movimento di Giustizia e Libertà, che nasce e si sviluppa come movimento di lotta grazie al contributo dei militanti repubblicani, la cui presenza in numerose zone è senz'altro prevalente. Nella primavera dei 1927 i repubblicani aderirono alla Concentrazione Antifascista, anche se avvertivano i limiti di una organizzazione che sembrava intenzionata a muoversi secondo gli schemi dell'Aventino. Di qui la lotta costante perché la Concentrazione abbandonasse l'illusione legalitaria, la speranza, cioè, che l'Italia potesse riconquistare la propria libertà, non con le forze dei suo popolo, ma in virtù dell'intervento della dinastia. Grazie a quell'idealismo pratico che li ha sempre contraddistinti, i repubblicani, prima e meglio di ogni altra forza politica, compresero che la lotta contro il fascismo era una lotta che non sarebbe stata né breve né facile e andava condotta anche a prezzo di sacrifici che potevano sembrare sproporzionati rispetto agli obiettivi immediatamente raggiungibili.
Tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 i repubblicani dettero il loro pieno contributo alla lotta di liberazione sia nelle brigate di Giustizia e Libertà sia nelle formazioni di partito, le Brigate Mazzini.
Nel febbraio del 1946 il Partito repubblicano dedicava i lavori dei suo congresso nazionale all'esame di un Progetto di Costituzione repubblicana dello Stato, elaborato da Giovanni Conti con la collaborazione di Tomaso Perassi durante l'occupazione nazista. Il Progetto riaffermava la necessità di uscire dalle formulazioni vaghe e generiche e indicava quali princìpi da porre a base dei nuovo patto costituzionale: "un mutamento dei rapporti sociali che renda possibile la moralizzazione della vita pubblica"; "la realizzazione dell'autogoverno effettivo della nazione"; "una democrazia realizzata come organizzazione di libertà locali e generali"; "il principio che la sovranità risiede nel popolo degli italiani".
Il 2 giugno 1946 è la Repubblica. Il Partito repubblicano, che aveva guidato la battaglia per la Repubblica portava alla Costituente 23 parlamentari; nell'autunno gli eletti della lista della Concentrazione Democratico Repubblicana (nata dalla scissione del Partito d'Azione), Ugo la Malfa e Ferruccio Parri, riconoscendo nel Pri la forza politica che più di ogni altra rappresentava gli ideali di intransigenza democratica che erano stati alla base della nascita dei Partito d'Azione, entravano nel Partito repubblicano.
2-Ugo La Malfa, segretario al PRI.
Negli anni seguenti il PRI cercò di proporsi come «coscienza critica» del centro-sinistra, impersonata da Ugo La Malfa, eletto segretario del partito al XXIV Congresso di Roma nel 1965. La necessità di adeguare l'amministrazione statale alle esigenze del Paese, attraverso lo snellimento della burocrazia e il risanamento economico, costituirono le basi per una dinamica azione intrapresa dal PRI per attrarre nella propria area larghi strati della borghesia progressista. Questa politica ha consentito al partito, durante i primi anni Settanta, di aumentare la propria rappresentanza parlamentare, guadagnando nuove adesioni in tutta Italia, a spese soprattutto dei liberali.
Nella seconda metà degli anni Settanta il PRI, sotto la direzione di La Malfa, assumeva una funzione di primo piano nel promuovere la politica di «solidarietà nazionale» e in particolare l'inserimento del PCI in una nuova maggioranza.
3-Dalla politica di La Malfa al successo di Spadolini.
Dopo la scomparsa di Ugo La Malfa, all'inizio del 1979, la rigorosa politica del Partito Repubblicano Italiano, sia in campo economico, sia sul terreno della moralizzazione della vita pubblica, otteneva un cospicuo consenso da parte dell'elettorato. Nel 1983, il partito raggiungeva infatti il 5% dei voti, grazie anche al successo personale del segretario Giovanni Spadolini.
Questi, nel 1981, diveniva il primo Presidente del Consiglio laico, incarico che assolveva con buoni risultati fino al 1983 per poi passare la mano al socialista Craxi.
Nonostante il periodo di stabilità di cui fruiscono i governi Craxi, restano inalterati, anzi tendono ad aggravarsi, gli squilibri di fondo che caratterizzano la società italiana, soprattutto nel divario di condizioni tra Nord e Sud del Paese. Si può dire che tali anni rappresentano un'altra occasione storica mancata per incidere sui fattori strutturali che continuano a rendere costantemente precaria la situazione italiana. La diminuzione del prezzo del petrolio e della quotazione del dollaro non viene sfruttata per affrontare un piano di rientro dall'indebitamento pubblico, sollecitato inutilmente dai repubblicani. La spesa pubblica appare come una sorta di "variabile incontrollata". All'indomani delle elezioni del 14 giugno 1987, Spadolini, dopo aver guidato per nove anni il Pri, viene eletto alla carica di presidente del Senato, ulteriore dimostrazione del ruolo centrale che i repubblicani svolgono nella vita politica, un ruolo che va ben al di là di quanto potrebbe comportare un puro calcolo di consistenza numerica.
4- Giorgio La Malfa alla Segreteria del PRI.
Passato l'«effetto Spadolini», nel 1987, il PRI, come gli altri partiti minori, subiva un repentino calo al 3,7%. Nello stesso anno, Giorgio La Malfa sostituiva Spadolini alla segreteria.
"Noi - dichiara La Malfa nel suo primo intervento dopo la sua elezione - consideriamo nostro compito vedere più avanti, proporre soluzioni anticipatrici, ascoltare le voci della società, del suo mondo intellettuale e produttivo, in uno sforzo di rendere uniforme lo sviluppo del Paese e più giusta la distribuzione dei redditi e delle possibilità all'interno di esso". I repubblicani non si tirano indietro di fronte alle loro responsabilità e partecipano al nuovo governo Andreotti, assumendo tre importanti ministeri: Riforme istituzionali, con Antonio Maccanico, Industria, con Adolfo Battaglia, Poste e Telecomunicazioni, con Oscar Mammì.
Pur continuando a sostenere la maggioranza pentapartita (ritornato dal 1987 a guida democristiana), La Malfa accentuava la vena critica del PRI nei confronti degli alleati, soprattutto in tema di politica sociale ed economica. Nel 1991, una sua polemica con il presidente del consiglio Andreotti determinava la fuoriuscita dei ministri repubblicani dal governo e il passaggio del PRI all'opposizione. La posizione intransigente dei repubblicani nei confronti di un governo sempre più delegittimato dal malfunzionamento dello Stato, fruttava al PRI un incremento dello 0,7% alle elezioni politiche del 1992. Nel 1993 Giorgio La Malfa abbandonava la segreteria del partito, sostituito da Bogi, anche se solo per alcuni mesi.
Per ulteriori approfondimenti, Vi invitiamo a consultare il sito: www.pri.it
11/5/2001